
Pubblico il mio intervento al Consiglio Comunale aperto del 2 febbraio sul tema della sicurezza. Buona lettura!
Si dice che i Sindaci e le Amministrazioni Locali siano la prima linea delle Istituzioni.
Ce lo ricordano ad ogni incontro, casomai ce lo dimenticassimo, il Presidente della Repubblica, quello del Consiglio dei Ministri, i Ministri stessi e anche i Presidenti di Regione – di qualunque Regione, compresa la nostra. Noi ci inorgogliamo quando le Istituzioni più importanti ci insigniscono di questo status.
Poi penso in quali contesti si parla di “prima linea” e il primo pensiero va alla guerra; al fronte più avanzato, alle trincee, alla retroguardia, ai nemici e ai civili.
Termini e concetti a cui ci siamo tristemente abituati.
Ecco, se devo essere sincero, questo linguaggio comincia a starmi stretto e a non appartenermi. Per due motivi: il primo perchè non sono in guerra con nessuno, tantomeno con i miei concittadini; il secondo perchè se mi giro “dalla prima linea” non sempre scorgo Capitani e Generali all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.
Anzi, il più delle volte il grido che si leva è “armiamoci e partite”.
A noi i cittadini consegnano timori, paure, rabbia, sogni, speranze. Lo fanno tutti i giorni. Potrei farvi un lungo elenco. Siamo obbligati a stare con le orecchie a terra, ad ascoltare con attenzione gli umori dei nostri concittadini, cercare di cogliere anche i più sottili segnali e provare a risolvere grandi e piccole questioni.
Proprio questo rapporto che si stringe con la comunità, ve lo assicuro, è il bello dell’essere amministratori della propria Città, una delle esperienze più arricchenti che ciascuno di noi possa fare.
Tra le tante preoccupazioni che i cittadini ci consegnano quella della sicurezza è tra le più ricorrenti: la sicurezza di uscire di casa, la sicurezza della propria abitazione e della propria autovettura, la sicurezza di un lavoro, la sicurezza di una casa, la sicurezza di un futuro per i propri figli, la sicurezza della salute.
Su quante di queste insicurezze abbiamo discusso in questo consiglio pur sapendo che le competenze, le risorse, gli strumenti non stanno in mano ai Sindaci? Quanta fatica e quante arrabbiature dei cittadini ci siamo presi quando sembrava che nessun medico di base volesse aprire un ambulatorio a Pasta. Quante volte in quest’aula si è discusso delle tante crisi industriali con i lavoratori, che giustamente chiedevano ai Sindaci tutele e garanzie. Quante volte nel mio ufficio si affacciano genitori e figli assillati dalla mancanza di lavoro e di futuro.
Su tutte ci mettiamo testa, cuore e impegno andando, spesso, anche oltre i nostri strumenti.
Ma tutte queste insicurezze sono legate da un filo che le tiene unite.
Non possiamo pensare di risolverne una senza guardare alle altre.
Per questo il mio intervento non affronterà il tema della sicurezza declinandolo e delegandolo esclusivamente come un problema di ordine pubblico da affrontare con la logica delle parole d’ordine di “legge e ordine”.
A me piace dire parole di verità, non mi piace illudere i cittadini, sollecitare istinti, scaricare responsabilità. Magari non prendo applausi oggi, ma di sicuro non sarò sommerso dai fischi domani.
E quindi, a costo di apparire lungo e pedante, cercherò di mettere in fila qualche concetto e qualche numero.
Chi ha la competenza dell’ordine pubblico, chi deve garantire la sicurezza dei cittadini, chi ha i mezzi per fare ciò, chi è legittimato dalle leggi è lo Stato. Su questo non ci sono dubbi e non dipende dal colore politico del Governo.
La responsabilità politica dell’ordine pubblico – in cui rientrano anche i fatti da cui è scaturito questo Consiglio Comunale aperto – è in capo al Ministro dell’Interno che la esercita sui territori attraverso i Prefetti che coordinano le forze di Polizia a Competenza Generale: Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza.
Purtroppo i numeri parlano chiaro: nel 2025 le tre forze dell’ordine poc’anzi citate presentano una carenza rispetto all’organico teorico – fissato da leggi e decreti – di quasi 29mila agenti, pari all’11% del numero effettivo. Ma la cosa più assurda è la distribuzione su scala regionale di queste risorse.
La Regione Piemonte, vi svelo un dato almeno per me sorprendente, è quintultima nel rapporto agenti ogni centomila abitanti.
Per fare alcuni esempi in Molise ci sono 604,7 agenti ogni centomila abitanti; in Basilicata 433,4 agenti ogni centomila abitanti; in Umbria 334,1.
In Piemonte ci sono appena 287,1 agenti ogni centomila abitanti.
Il Molise ne ha più del doppio e più di quanti ve ne siano in Calabria, Sicilia o Campania. Incrociando questi dati con il tasso di criminalità scopriamo che ovviamente Molise, Umbria e Basilicata stanno meglio di noi.
Giustamente i cittadini di quelle tre Regioni rivendicano la loro serenità proprio in ragione dell’alto numero di forze dell’ordine presenti sul loro territorio. Sappiamo però che la storia, per essere compresa appieno, va raccontata tutta.
E la storia parla di un fattore economico che incide in maniera forte sulla distribuzione territoriale delle forze dell’ordine.
Un agente percepisce lo stesso stipendio a Potenza e a Milano, ma è ovvio che il suo potere d’acquisto e il costo della vita non sono gli stessi. Inoltre il 66% del reclutamento avviene storicamente, e per ragioni che possiamo bene immaginare e che non sto a riprendere, proprio nelle regioni del Sud.
Questa concatenazione di fattori giustifica la sproporzione di agenti in alcune regioni e la presenza al Nord di molti giovani di recente nomina che sperano e aspettano un trasferimento al Sud.
Se non si mette mano a questo fenomeno, difficilmente il numero degli agenti nelle regioni del Nord e quindi in Piemonte, e quindi a Torino, e quindi a Moncalieri, e quindi a Orbassano – per parlare dell’Arma dei Carabinieri – aumenterà.
Ad Orbassano attualmente i carabinieri in servizio sono 23 – su una pianta organica di 25 – di cui 14 con meno di due anni di anzianità e tutta la voglia, almeno al momento per la maggior parte di loro, di tornare nelle loro regioni d’origine.
Capite quindi che la storia di cui vi parlavo prima riguarda anche la nostra realtà, e con questa dobbiamo fare i conti.
23 uomini e donne che sono in grado di garantire una sola auto di pattuglia 24 ore su 24. Una sola pattuglia perchè una è la macchina a disposizione. Di giorno questa è prevalentemente a disposizione del territorio di Orbassano e Rivalta – 43mila abitanti – ma di notte il territorio di competenza dei carabinieri di Orbassano si amplia a Beinasco, Sangano, Bruino e Piossasco, raggiungendo la dimensione di 90mila abitanti.
Una pattuglia per 90mila abitanti.
Capite quindi la frustrazione e i limiti con cui anche i Carabinieri di Orbassano, che ringrazio per il loro impegno quotidiano, operano sul nostro territorio. E capite anche perché, a volte, il loro intervento – ma non sta a me giustificare – non è così tempestivo come ci aspettiamo.
L’ANCI chiede che ci sia almeno una pattuglia ogni 25mila abitanti. Nel nostro territorio, abbiamo visto, siamo lontanissimi da questo obiettivo minimo.
E la Polizia Locale che ruolo gioca in questa partita?
Partiamo anche qui dalle norme che ne disciplinano compiti e funzioni.
La legge di riferimento è la numero 65 del 1986, una norma che seppur datata rappresenta il caposaldo di quelle che sono le funzioni e l’organizzazione delle Polizie Locali.
L’art. 3 recita: “Gli addetti al servizio di polizia municipale esercitano nel territorio di competenza le funzioni istituzionali previste dalla presente legge e collaborano, nell’ambito delle proprie attribuzioni, con le Forze di polizia dello Stato, previa disposizione del sindaco, quando ne venga fatta, per specifiche operazioni, motivata richiesta dalle competenti autorità.”
E’ chiaro il ruolo della Polizia Locale quale strumento ausiliario e non primario, nell’ambito dei compiti principali attribuiti in forma preminente alle forze di Polizia dello Stato.
I compiti tipici che caratterizzano la polizia – dall’ordine pubblico al controllo della criminalità organizzata – vengono riservati in maniera netta ed inequivocabile alle strutture direttamente assoggettate allo Stato.
Anche l’art. 5 recita che “Il personale che svolge servizio di polizia municipale, nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza e nei limiti delle proprie attribuzioni, esercita anche: a) funzioni di polizia giudiziaria, [rivestendo a tal fine la qualità di agente di polizia giudiziaria, riferita agli operatori, o di ufficiale di polizia giudiziaria, riferita ai responsabili del servizio o del Corpo e agli addetti al coordinamento e al controllo, ai sensi dell’articolo 221, terzo comma, del codice di procedura penale]; b) servizio di polizia stradale, [ai sensi dell’articolo 11 e 12 del nuovo Codice della Strada]; c) funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza [ai sensi dell’articolo 3 della presente legge].”
Più avanti la norma ribadisce che dette funzioni possono essere esercitate limitatamente alla presenza in servizio.
Anche il più recente “Decreto Minniti” convertito con la legge 48 del 2017, pur introducendo in maniera più chiara il concetto di “sicurezza urbana” e attribuendo ai Sindaci quali ufficiali di governo alcuni poteri in più attraverso l’emanazione di ordinanze volte a “prevenire e contrastare l’insorgenza di fenomeni criminosi e di illegalità”, poco innova rispetto al passato, rappresentando – come descritto in un articolo contenuto nella rivista specializzata “Diritto Penale Contemporaneo” una “sorta di contenitore emotivo che vorrebbe riassumere un sentimento collettivo” piuttosto che uno strumento volto a “prevenire e reprimere le condotte tenute dai malviventi”.
Ecco il ruolo della Polizia Locale.
Ci piace? No
Siamo contenti di questa situazione? NO
Possiamo oggi fare cose diverse? No
Non lo dico solo io.
Sono soprattutto i Sindaci delle grandi Città, in cui al fenomeno dei furti se ne aggiungono altri altrettanto socialmente pericolosi, che stanno chiedendo al Governo la sottoscrizione di un “Nuovo patto nazionale per il diritto alla sicurezza dei cittadini e la vivibilità delle città italiane”, che ha come premessa l’assunto che la sicurezza non può essere garantita solo da misure di ordine pubblico, ma va costruita anche attraverso azioni di prevenzione sociale, contrasto al degrado, rigenerazione urbana, inclusione e prossimità.
Credo siamo tutti d’accordo nel pensare che quanto succede a Rivalta deriva anche da un contesto economico, sociale e culturale che ha radici fuori dai nostri confini territoriali.
Tra i punti in discussione ne cito solo alcuni, che cercano di ridurre il gap tra le Polizie Locali e le altre forze di polizia e che puntano ad attuare quelle politiche di sicurezza urbana integrata che possono incidere su alcune delle cause delle tante insicurezze.
La prima, la più importante secondo me e anche la più semplice da attuarsi, riguarda il tema dell’accesso delle Polizie Locali al CED interforze, allo SDI – acronimo di Sistema di Indagine – in particolare.
Forse i cittadini non lo sanno, ma i nostri agenti della Polizia Locale non hanno accesso ai documenti d’identità smarriti, non hanno accesso alle informazioni sui permessi di soggiorno rilasciati e rinnovati, non hanno accesso allo schedario individuale dei cittadini che individua i precedenti penali e i procedimenti penali e amministrativi in essere o da eseguire – decreti di espulsione o addirittura di mandati di cattura.
Capite quanto sia frustrante, oltreché inutile in alcuni casi, il lavoro su strada dei nostri agenti, quanto potrebbe essere utile cooperare su questi aspetti e quanto sia pericoloso, non conoscendo perfettamente chi si ha davanti, fermare auto “sospette”.
Sono certo che molti cittadini ignorano questo aspetto, e, giustamente, cercano risposte da chi è più prossimo. Ma spesso il prossimo non ha gli strumenti giusti.
A costo di essere noioso ci tengo a sottolineare che questa situazione la definisce in maniera chiara l’art. 16 della Legge 1 aprile 1981, n. 121.
Se voi oggi chiedeste a me o al Comandante Tisi quanti furti vi sono stati a Rivalta, quante denunce per codice rosso sono state registrate dai Carabinieri, quante truffe informatiche sono state denunciate noi non lo sappiamo. Noi questi dati non li abbiamo e non possiamo averli.
Non so se questi dati li abbiano i consiglieri che hanno proposto questo consiglio comunale aperto, se la discussione di oggi si basa su un incremento del numero dei reati commessi sul nostro territorio o se il nostro territorio, a confronto con quanto succede intorno, è maggiormente colpito da alcuni fenomeni criminali. I dati che poche settimane fa il Ministro Piantedosi ci ha consegnato raccontano, a livello nazionale, tutta un’altra storia.
Capite che essere in prima linea senza avere i rifornimenti dalle retrovie – se non le truppe almeno le informazioni – non può che condurci ad una disfatta. Ma avevo detto che non avrei usato più metafore militari e me ne scuso.
Ma non voglio dire che va tutto bene e che il problema non esiste. C’è, lo vedo anch’io e lo riconosco. Come tutti gli anni nel periodo invernale vi è stata una recrudescenza di accadimenti criminosi anche a Rivalta e in particolare in alcune aree. So bene quanto questi fenomeni creino disagio, preoccupazione e paura nei confronti dei cittadini e quanto sia drammatico vedere violata la propria proprietà privata.
L’altro tema che i Sindaci pongono con forza è l’aumento del Fondo per la Sicurezza Urbana fermo a 25milioni di euro ripartiti a soli 44 comuni. Servono risorse per assunzione di personale, potenziamento degli apparati tecnologici, per il recupero delle zone degradate, per interventi contro il disagio giovanile, per progetti di impegno civico.
L’Anci ha stimato in 500milioni le risorse necessarie ogni anno per iniziare ad invertire la rotta. Tante? Poche? Per noi sono sufficienti, ma sembra impossibile.
E pensare che nei prossimi tre anni dobbiamo aumentare le spese militari di 23 miliardi di euro per prepararci a difendere i nostri confini. Basterebbe stornare il 7% di questa cifra gigantesca e destinarla al Fondo per la Sicurezza Urbana. Sappiamo ahimè che non sarà così. Politici, giornali e opinione pubblica si scandalizzeranno e indigneranno al prossimo fatto di cronaca nera che vede coinvolte periferie disagiate, maranza e bande italiane. Dopodichè scaricheranno le responsabilità su sindaci e amministratori locali e continueranno ad acquistare carri armati e cacciabombardieri. Un film che abbiamo visto nei giorni scorsi in molte grandi Città italiane.
Chiediamo poi una misura di rafforzamento delle assunzioni nei corpi di Polizia Locale sul modello di quanto fatto per le assistenti sociali, con un finanziamento stabile dello Stato e con la fissazione di un obiettivo standard di servizio sulla base del rapporto con la popolazione residente.
Diciamo questo perchè tra il 2009 e il 2023, anche grazie ai tanti blocchi del turn over e ai limiti della spesa di personale, gli organici della Polizia Locale sono diminuiti in Italia di oltre 12mila unità passando da 59.917 a 47.518.
A Rivalta siamo in 17. Tra due settimane saremo 18 e avremo così coperto interamente la pianta organica prevista nei nostri atti. Nel 2009 eravamo 14, segno che le Amministrazioni Comunali che nel tempo si sono susseguite hanno sempre posto massima attenzione a questo tema. Non mi piace fare confronti con altri Comuni, ma vi assicuro che non tutti hanno un numero di dipendenti paragonabile al nostro.
E cosa fanno questi agenti e ufficiali della Polizia Locale?
Perchè non riescono ad impedire che anche sul nostro territorio si verifichino furti e danneggiamenti, violenze domestiche e truffe agli anziani?
Fanno quello che leggi, norme e regolamenti gli assegnano come compiti primari.
Proviamo ad immaginare una giornata tipo.
Il primo servizio riguarda il presidio dei plessi scolastici sia in entrata che in uscita e Dio solo sa quanta difficoltà si fa a far comprendere ai genitori che i figli hanno le gambe e che la macchina non può entrare in aula. Sempre nell’ambito scolastico la nostra Polizia Locale si sta specializzando negli interventi di contrasto al bullismo e al cyberbullismo e nelle attività educative, seguiamo gli interventi di giustizia riparativa dei minori d’intesa con il Tribunale dei Minori.
Nei giorni di mercato – e noi ne abbiamo tre e tra poco quattro – occorre assegnare i posti disponibili e vigilare sulla corretta esecuzione delle attività di vendita. Tra le 9 e le 16 nei restanti giorni è possibile destinare una e in alcuni casi due pattuglie – abbiamo più auto dei Carabinieri – alla vigilanza del territorio per rispondere alle emergenze o richieste di intervento: dalla rilevazione del sinistro stradale più o meno grave, alla lite tra vicini di casa, dalla presenza di persone sospette, all’assistenza durante i funerali.
Questo è ciò che si vede dall’esterno. Ma i compiti della Polizia Municipale – così come di un qualsiasi ufficio pubblico – non si esauriscono qui. Occorre rilasciare autorizzazioni amministrative – dalla pubblicità, all’occupazione suolo pubblico; dal permesso della sosta per disabili, alle licenze per taxi o veicoli a noleggio con conducente; fino alle licenze per giostrai – occorre fare sopralluoghi e rilasciare pareri in in ambito edilizio; occorre gestire la rimozione – se e quando questo è possibile – delle auto abbandonate. Anche qui vedo che c’è molto interesse e tanti scienziati della materia.
E poi occorre gestire le richieste di acquisizione dati dalle oltre 80 telecamere di videosorveglianza di cui disponiamo da parte di altre forze dell’ordine per indagini di Polizia Giudiziaria.
Nel 2025 sono state 72 le richieste di informazioni. Il lavoro dei nostri agenti è lungo ed impegnativo perché Carabinieri e Polizia non si accontentano dell’intero filmato ma ci chiedono, nell’ambito di una collaborazione a senso unico, di estrapolare le immagini e le informazioni che gli servono.
Sul tema della videosorveglianza apro una parentesi.
Ma vi sembra logico che le telecamere le abbiamo noi – le hanno i Comuni – e non le abbiano le forze di polizia? Vi sembra logico che non ci sia un sistema di sostegno ai comuni che devono pagare le telecamere, la manutenzione e i canoni da parte di chi con questi strumenti ci lavora più di noi? Ma voi sapete che noi non conosciamo – perché non siamo tenuti a saperlo – i motivi per cui le varie caserme dei carabinieri o commissariati di polizia ci chiedono i file delle registrazioni delle nostre telecamere?
Se le cose non cambiano, con lo sviluppo delle smart city, delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale a supporto della sicurezza, trasformeremo i nostri agenti di Polizia Locale in esperti informatici, a danno dei compiti e degli obblighi che la legge gli assegna.
Avremo degli agenti esperti di chip e informatica che non saranno però in grado di far attraversare i bambini davanti alle scuole o di rilevare un incidente.
I compiti d’ufficio non si esauriscono qui: c’è la gestione delle indagini di polizia giudiziaria delegate o di iniziativa che riguardano l’edilizia, l’ambiente, il Codice della Strada e in generale comportamenti vietati e previsti dal codice penale.
E poi ancora la gestione del Servizio di Protezione civile: l’aggiornamento dei piani di emergenza e la verifica delle situazioni di rischio; la gestione delle emergenze e del volontariato; la verifica delle attrezzature e delle dotazioni a disposizione del personale e dei volontari.
E poi ancora millemila grandi e piccole incombenze.
Ho cercato sin qui di delineare il quadro all’interno cui si muove l’Amministrazione di Rivalta, ma direi tutti i Comuni. Un quadro normativo chiaro benché non sempre condivisibile, una rappresentazione delle forze in campo e dei numeri con cui ci muoviamo.
Ma lo dicevo all’inizio, questo è solo un pezzo del problema sicurezza.
Dobbiamo affrontare contemporaneamente anche gli altri fenomeni che minano la nostra sicurezza.
Dobbiamo affermare la “sicurezza dei diritti” come progetto politico-culturale, che deve andare di pari passo con il “diritto alla sicurezza”.
E anche qui, scusate la pedanteria, mi vengono in soccorso i dati.
E’ di sabato un dato allarmante riportato dalla Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino Simona Grabbi nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, secondo cui tra i detenuti del carcere di Torino ”il tasso di recidiva per chi non lavora arriva a sfiorare il 90%, trasformando il carcere in una palestra criminale.”
Il carcere si trasforma in una porta girevole alimentando, anziché ridurre, la criminalità e l’emarginazione sociale a vantaggio delle grandi organizzazioni criminali e, per chi non riesce ad entrare in quei giri, della criminalità di strada.
Questo è uno dei temi su cui nessun governo, e dico nessun governo, è mai intervenuto in maniera decisa attraverso due misure, che purtroppo non portano voti e costano molto: migliorare le nostre strutture carcerarie e realizzare nuove carceri – a Torino l’indice di sovraffollamento è del 135% – e, soprattutto, migliorare i percorsi di recupero e reinserimento nella società dei detenuti.
Se non lo vogliamo fare per rispetto della nostra Costituzione che all’art. 27 cita al comma 3 che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, se non ci piace il pensiero di Voltaire secondo cui “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle carceri”, facciamolo almeno per aumentare il livello di sicurezza delle nostre città.
Ma preferiamo – perchè più facile, meno costoso e più remunerativo elettoralmente – aumentare il numero di reati e procedere con decretazioni d’urgenza dopo ogni tragico episodio.
Vi invito a leggere i post di un detenuto eccellente nel carcere di Rebibbia a Roma – l’ex Sindaco di Roma e Ministro Gianni Alemanno lontanissimo dalle mie posizioni politiche – che racconta delle condizioni in cui versano i suoi compagni di cella e di studiare il modello del carcere di Opera nel milanese in cui la recidiva di chi è inserito in processi di recupero quasi si annulla.
C’è poi l’insicurezza sociale ed economica con cui fare i conti. E non mi riferisco solo a quella degli ultimi. Penso a quanti non riescono a comprare casa o sostenere un affitto se non nelle aree periferiche delle Città, penso a chi continuamente si deve arrabattare con contratti precari e più o meno lunghi periodi di disoccupazione, penso a chi non riesce a curarsi nelle strutture pubbliche e non ha le risorse per accedere alla sanità privata, penso a chi non arriva a fine mese.
Tutti gli studi indicano chiaramente come questo tipo di sicurezza che Bauman chiama “sicurezza esistenziale” – cioè la certezza che il mondo è stabile e affidabile – incide profondamente sul senso di solitudine delle nostre comunità, sul senso di abbandono da parte delle istituzione.
Non basta schierare i militari davanti alla Stazione Termini per rispondere a questa domanda di sicurezza, non basta aumentare le fattispecie di reati, non basta parlare – per fortuna non in Parlamento – di remigrazione, non basta spendere centinaia di milioni di euro in Albania per degli hub vuoti.
La sicurezza, quando viene separata dalla giustizia sociale, smette di essere protezione e diventa esclusione.
Vi è poi il tema dell’insicurezza legata ad alcune aree della città – nel nostro caso di Torino – che rappresentano la periferia della periferia, punti ciechi della città qualcuno li chiama, in cui è evidente che sacche di disagio, povertà, solitudine, fame, clandestinità portano ad ingrossare le fila di chi pur di mangiare e sopravvivere è disposto a commettere reati in proprio o per organizzazioni criminali più grandi e pericolose.
Anche qui le strade sono due: isolare queste persone nei ghetti cittadini, isolarle dal salotto buono e dal resto della Città, alzare muri e steccati rinchiudendo in quella situazione di esclusione anche tante persone in cerca di riscatto. Esistono in tutte le grandi città questi sobborghi urbani. Torino non ne è esente, nonostante gli sforzi che le amministrazioni e in particolare il Sindaco Lo Russo sta mettendo in campo anche per il ruolo che ricopre nell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Le periferie oggi non sono più luoghi di passaggio, sono il cuore pulsante di un disagio sistemico che non ha opportunità di riscatto.
Oppure possiamo decidere di affrontare e affondare le mani nelle “periferie esistenziali” tanto care a Papa Francesco che sono un tutt’uno con quelle urbane, perchè – per usare le parole del giornalista e studioso Fabio Cavallari a cui devo molto per questo intervento – “non basta ristrutturare un edificio per dire che una periferia è stata riqualificata. Serve ristrutturare il senso di appartenenza. Perchè non è vero che chi sta ai margini non vuole partecipare. Vuole farlo. Ma non ha gli strumenti. Non ha l’occasione. Non ha la fiducia. E senza fiducia non c’è cittadinanza.”
Anche a Rivalta sono presenti sacche di emarginazione e periferie esistenziali. Noi che amministriamo ne abbiamo chiaramente la percezione e mettiamo in campo tutti gli strumenti che abbiamo per arginare il fenomeno. Occorre però lo sforzo e il contributo di tutti gli attori istituzionali e della società civile. Perché la periferia – lo dicevo prima e ne sono convinto – non è solo una condizione geografica, ma è una condizione esistenziale.
La richiesta di 500milioni di euro all’anno da parte dell’ANCI per affrontare il tema della sicurezza urbana serve proprio per incidere su queste situazioni, intervenendo così anche sul terzo pilastro, quello della “prevenzione ambientale”, con un approccio che utilizzando gli strumenti della pianificazione urbanistica e della progettazione architettonica offre una possibilità complementare alle politiche locali di sicurezza.
L’ho fatta lunga, lo so. Credo però che un tema come questo non possa essere banalizzato o eccessivamente semplificato. Credo anche che per affrontarlo seriamente serva un approccio sistemico.
E credo, su questo come su tutti i temi che interessano la vita della nostra comunità, che occorre avere chiara la teoria dell’argomento che si affronta. Non possiamo, o almeno io non voglio, ragionare e prendere decisioni sull’istinto – mio o di una parte della comunità -, parlare con i “sentito dire” o, peggio ancora, formare la mia opinione sulla base dei post su Facebook.
La presenza tra l’altro di autorevoli esperti sul tema – che ringrazio per il contributo che vorranno fornirci – sicuramente alzerà ancora di più il livello di una discussione che non può rimanere chiusa nei confini della nostra Città – che pure molto fa e che molto ha ancora da fare.
Sfruttiamo questa occasione per provare a fare qualche ragionamento di sistema. Abbiamo avuto occasioni e altre ne avremo, quando discuteremo in un prossimo consiglio gli esiti che vogliamo dare a questo dibattito, di calare sulla nostra piccola realtà strumenti e azioni.
Italo Calvino ne “Le Città Invisibili” scrive che “Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”, sta alla politica valorizzare i primi e eliminare le seconde.
Rivalta di Torino, 2 febbraio 2026