GIORNO DEL RICORDO: LE FOIBE DIVENTINO COSCIENZA COLLETTIVA

Sergio era nato a Zara, in Dalmazia, nel 1937.

Zara venne bombardata all’inizio dell’autunno del 1944 e, ad appena sette anni, Sergio, il 30 ottobre di quell’anno, con la famiglia si imbarca su una nave tedesca diretta a Fiume. Qui, insieme ad altri esuli, trovano tutti ospitalità nelle baracche dei soldati. Poi in una casa. È bella, grande, arredata. Ci sono addirittura le lenzuola nel letto e i piatti nella credenza. Perché lì, fino a pochi giorni prima, abitava un’altra famiglia, scomparsa nell’inferno di un campo di concentramento dell’Europa dell’est.

Neanche il tempo di ambientarsi che è di nuovo ora di fuggire.

A Trieste.

Ma Trieste è occupata dalle truppe di Tito e la famiglia di Sergio vive – quasi più giusto dire si nasconde – in una scuola.

Ma neanche Trieste è sicura, neanche a Trieste c’è posto per loro.

Allora inizia un pellegrinaggio, che dura dodici anni: Udine, Padova, Mantova.

Alla fine Torino. Ma all’inizio non ci sono case, sole altre caserme, in periferia. Poi le prime case, a fine degli anni Cinquanta. A Lucento.

Intanto Sergio a 18, 19 anni, scopre la sua vocazione e il suo talento. Gioca a calcio, non è una stella, ma se la cava e viene notato. E inizia un altro pellegrinaggio in giro per l’Italia: torna a Trieste, poi l’Aquila, Campobasso, Fano.

Infine il “salto” in panchina. Ridà lustro a una nobile decaduta come il Casale, che torna in Serie C. Poi nel 1976 il Torino, quello dei giovani: due campionati Berretti, due campionati Primavera, sette Coppe Italia Primavera e quattro tornei di Viareggio.

Perché Sergio è Sergio Vatta, uno dei più preparati e seri allenatori della storia calcistica del nostro paese.

Sergio Vatta ci ha lasciati il 23 luglio del 2020 all’età di 82 anni.

Un uomo di calcio e di campo che non ha mai dimenticato le sue origini e che dopo tanti trionfi aveva ancora un sogno: rifondare la Fiumana, squadra di calcio di Fiume che prima della guerra aveva giocato nell’allora Divisione Nazionale italiana.

Ho voluto iniziare con la storia di Sergio Vatta questo nostro appuntamento in occasione della Giornata del Ricordo, un momento che ci porta a riflettere su vicende rimaste per troppi anni lontane, nello spazio, nel tempo, nella memoria.

Certo, non nella memoria di chi – come Sergio e come lui tanti altri – le ha vissute, spesso senza capirle, ma obbligato a subirle. In maniera dolorosa, straziante, assoluta.

Oggi vogliamo ricordarci di non cancellare il passato e non cancellare equivale a conoscerlo e soprattutto a capirlo e rispettarlo, senza fantasmi e paure.

Fantasmi e paure che hanno impedito per troppi anni a questo Paese di ricordare questo pezzo di storia.

Ricordo vuol dire “esodo” e vuol dire “foibe”. Il 10 febbraio del 1947, con i trattati di pace di Parigi passarono alla Jugoslavia le terre istriane, del Quarnaro, di Zara un’area fortemente contesa e sino a prima della guerra in larga misura italiana.

Trecentomila persone, la quasi totalità della presenza italiana, ma anche cinquantamila sloveni e croati, furono spinti ad abbandonare case e luoghi della propria vita: il Trattato prevedeva la possibilità di trasferirsi in Italia e molti lo fecero soprattutto per le pressioni e le intimidazioni subite.

L’ultimo atto di un quarto di secolo di discriminazioni, iniziato a metà degli Anni Venti con gli atti intimidatori, le violenze, le discriminazioni, gli arresti, le condanne a morte dello squadrismo nazionalista italiano per italianizzare e soprattutto de-bolscevizzare e de-socialistizzare le terre di confine.

A questo fece da contro-altare il non meno complesso fenomeno della Resistenza, dal 1943 in avanti: i partigiani comunisti combatterono nazisti tedeschi e fascisti italiani, oltre ai nazionalisti serbi e militanti croati.

E prima dell’esodo forzato, le rappresaglie, le esecuzioni sommarie, le crudeltà delle foibe. Alla fine della mattanza in quel lembo del continente tra infoibati e uccisi dai nazisti non vi era famiglia che non piangesse un lutto. «L’idea della voragine in cui sono gettati i nemici – ha ricordato Jože Pirjevec, docente di storia all’Università del Litorale, Koper/Capodistria – ha qualcosa di orrido, di spaventoso, è molto efficace nel colpire emozionalmente ed evocare paure primordiali».

Non c’è univocità sul numero di quante persone vennero trucidare nelle foibe. E di che nazionalità. Migliaia per alcune fonti. In larga parte italiani. Tra loro ecclesiasti, suore, militari a cominciare dai carabinieri: «Eccidi paragonabili alle stragi dei nazisti in fuga dall’Italia».

Ma vendette – anche personali – e ricerca di ex aguzzini e collaboratori o di uomini e donne “colpevoli” solo di aver fatto parte della macchina amministrativa del precedente regime – in una scuola, in un comune, in un ufficio del telegrafo – trovarono la loro fine anche lontano dalle foibe.

«Insistere su quanti morti ci sono stati nelle foibe non cambia la sostanza. A Zara, per esempio, non c’erano le foibe ma c’era il mare e le persone venivano fatte sparire al largo con una pietra al collo. E poi non ci sono stati solo i morti, ci sono state anche le privazioni della lingua e della religione, della proprietà privata, la fuga da casa, la difficoltà di vivere per tanti anni nelle caserme adattate come campi profughi». Ce lo ricorda il Presidente del Comitato provinciale di Torino dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia.

Su tutto questo è calata per sessant’anni una cortina di oblio. Qualcosa di “indicibile”, perché un Paese che con il movimento della Resistenza era riuscito a passare dalla parte giusta della storia non poteva ammettere di aver subito la strage di centinaia – forse migliaia – di cittadini e la fuga forzata (e mal tollerata) di trecentomila connazionali.

«L’istituzione della Giornata del ricordo nel 2004 – ci ricorda Gianni Oliva – è stata una scelta politica per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva: infoibati ed esuli non erano né di destra né di sinistra, ma solo cittadini italiani, vittime estreme di quella follia nazionale che fu la guerra persa del 1940-45».

Rivalta di Torino, 7 febbraio 2026