
E l’antica amicizia / la gioia / d’essere cane e d’esser uomo / tramutata / in un solo animale / che cammina movendo / sei zampe / ed una coda / con rugiada.
Queste parole di Pablo Neruda, poeta cileno del novecento autore di autentici capolavori letterari, meglio di altre riescono a racchiudere il rapporto che si crea tra il cane e il suo padrone, tra l’animale con cui scegliamo di vivere un tratto importante della nostra vita e noi.
Un rapporto che nasce e cresce giorno dopo giorno.
Un rapporto che diventa relazione quotidiana, fatta di presenza, di corpo, di abitudini condivise.
Un rapporto che diventa simbiotico, così come ci lascia intendere Neruda nei suoi versi; “un solo animale che cammina movendo sei zampe ed una coda”.
Un legame, quello tra gli animali e le famiglie che scelgono di adottarli, che non passa dalle parole, ma dalla cura. La cura che reciprocamente ciascuno dona all’altro. Non è un rapporto a senso unico, anzi, in alcuni casi, raggiunge livelli di autentica cooperazione e indispensabilità reciproca: noi umani aiutiamo gli animali a muoversi nella società moderna, e loro ci aiutano quando manchiamo di specifiche abilità: pensiamo ai cani per gli ipovedenti o quando questi vengono usati in casi di calamità naturali.
Un legame che per molte persone – specie le più anziane o chi vive la solitudine – rappresenta uno dei pochi contatti affettivi, uno dei pochi motivi per alzarsi la mattina, uno dei pochi esseri viventi con cui scambiano qualche parola durante il giorno. Perché – come aveva già capito Charles Darwin duecento anni fa – gli animali non solo provano affetto, ma desiderano essere amati.
Un legame che spinge i più piccoli tra noi – ma anche i più grandi – a prendersi cura di una vita diversa dalla nostra; che contribuisce a sviluppare un senso di responsabilità verso una creatura che non parla la nostra stessa lingua, ma che sa benissimo invitarci silenziosamente a riscoprire la bellezza di una passeggiata nel caos della vita quotidiana e il divertimento nel correre in mezzo al fango.
Gli animali con cui scegliamo di vivere diventano veri componenti della famiglia: ci influenzano nella scelta dell’abitazione, ci impongono ritmi e abitudini quotidiane, ci orientano sulla decisione delle vacanze e delle uscite.
So di non dire nulla di nuovo a molti di voi, che si riconoscono in alcune, se non in tutte, di queste caratteristiche.
In questi mesi sto riflettendo sull’antropocentrismo che sta caratterizzando sempre di più il nostro stare su questo Pianeta, con che diritto prendiamo alcune decisioni e su come lo stiamo trattando.
Ci sentiamo, da sempre, i padroni del Mondo che abitiamo – qualcuno si pensa padrone dell’Universo -, siamo convinti che tutto ruoti intorno a noi, al nostro benessere, alla nostra crescita economica, al soddisfacimento dei nostri istinti e desideri immediati.
Non è così. Se continuiamo a pensarlo, e a comportarci di conseguenza, altro non stiamo facendo che tagliare il ramo su cui siamo seduti.
Basterebbe allontanarsi un po’ da quello che chiamiamo Pianeta Terra per capire che così non è. Ce lo dimostra chiaramente una foto scattata il 7 dicembre 1972 dall’astronauta dell’Apollo 17 a 45mila Km di distanza da dove siamo adesso. Quello che è rimasto impresso sulla pellicola è un Pianeta blu. Quello che la macchina fotografica ha catturato non è il Pianeta Terra, ma il Pianeta Acqua.
A scuola, sin dalle elementari, ci hanno insegnato che oltre il 70% della sfera nella quale viviamo è coperto d’acqua e che senza di essa non ci sarebbe vita sulla terra.
E quindi se non è la terra che calpestiamo ma l’acqua l’elemento più importante del Pianeta, figuriamoci se può essere l’Uomo.
Il Mondo nel quale viviamo ospita 8 miliardi di esseri umani e oltre 130 miliardi di altri mammiferi, mentre prendendo la stima più conservativa sono 1.700.000 le specie animali conosciute ad oggi.
Si rende quindi necessario cambiare la nostra modalità di abitare questo luogo che per qualche anno ci ospita, perché, e di questo credo ne siamo tutti convinti, il Pianeta Acqua sopravviverà a tutti noi, come singoli e come specie.
Oggi inauguriamo “Il Ponte Arcobaleno”, un luogo immaginario – che noi abbiamo provato a rendere reale – dove lo spirito degli animali domestici va dopo la morte.
Secondo la leggenda “al di là del ponte dell’arcobaleno” gli animali vivono sereni, sani e felici, liberi dal dolore e dalla vecchiaia. Lì attendono i propri compagni umani, e quando anche questi giungeranno alla fine della loro vita, si ritroveranno per restare uniti per sempre, in una dimensione di pace. L’immagine del Ponte nasce da una poesia anonima apparsa negli Stati Uniti negli anni ’80–’90, poi diffusa globalmente grazie a Internet, libri e associazioni animaliste. È diventata un simbolo universale di conforto e amore per chi perde un animale domestico, indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali.
Abbiamo pensato di realizzarlo qui, in questo bellissimo bosco urbano di via Pergolesi, in uno spazio naturale, immerso nel verde, nella natura del parco fluviale, frequentato da sempre dalle famiglie e dagli amici a quattrozampe.
Abbiamo pensato a questi prati per richiamare alla memoria non tanto il momento del distacco, ma i tanti giorni felici e le attività di gioco, passeggiata e svago vissuti insieme.
Qui potete portare un piccolo ricordo e appenderlo lungo le corde che lo delimitano.
Il Ponte Arcobaleno, prima ancora che essere un luogo in cui veniamo a ricordare e onorare i nostri animali scomparsi e a ribadirgli la nostra gratitudine per l’affetto che ci hanno donato, vuole essere un tributo e un riconoscimento a loro. Abbiamo deciso di realizzarlo perché abbiano uno spazio, un luogo che, chissà, possano riconoscere come proprio.
Perché ci sono assenze che non fanno meno rumore col tempo: restano nei corridoi di casa, nelle abitudini spezzate, nel riflesso istintivo di cercarli ancora accanto a noi.
Chi ha amato un animale sa che non perde “solo” una presenza, ma una parte della propria quotidianità, del proprio cuore, della propria storia.
Perdiamo occhi che ci cercavano sempre, passi che ci seguivano ovunque, un amore silenzioso che non chiedeva nulla se non esserci. La morte di un compagno animale, è ormai provato anche scientificamente, è un lutto che provoca un dolore del tutto simile a quello provato nel perdere una persona amata
E allora questo ponte nasce per dire che il loro passaggio nella nostra vita e sul Pianeta Acqua ha avuto valore.
Che le loro vite sono state importanti.
Che l’amore che ci hanno dato merita un luogo, un nome, una memoria.
Rivalta di Torino, 9 maggio 2026
PRIMA DI PASSARE AL TAGLIO DEL NASTRO PERMETTETEMI DI FARE I RINGRAZIAMENTI A DUE PERSONE CHE QUESTO PROGETTO L’HANNO PENSATO, PROGETTATO E AMATO SIN DAL PRIMO GIORNO IN CUI INSIEME ABBIAMO DECISO CHE ERA ARRIVATO IL MOMENTO DI REALIZZARE IL PONTE ARCOBALENO A RIVALTA.
SONO UN SINDACO FORTUNATO, E RIVALTA E’ UNA CITTA’ FORTUNATA, PERCHE’ HA DEI DIPENDENTI COMUNALI ECCEZIONALI CHE AMANO QUELLO CHE FANNO, LO FANNO CON PASSIONE E CURA, MI AIUTANO A CONCRETIZZARE LE IDEE E A RISPONDERE ALLE DOMANDE E ALLE ESIGENZE DELLA NOSTRA COMUNITA’. E QUESTA ERA UNA DI QUELLE.
SAPEVAMO CHE I RIVALTESI HANNO UN RAPPORTO SPECIALE CON I LORO ANIMALI, CHE ALCUNI DI VOI HANNO SCELTO LA NOSTRA CITTA’ ANCHE PER IL VERDE CHE ABBIAMO INTORNO E CHE CI CONSENTE DI VIVERE LA NATURA CON I NOSTRI COMPAGNI DI VITA QUADRUPEDI.
CHIEDO QUINDI ALLA DOTTORESSA CHIARA PEIRONE, CHE E’ ANCHE COLEI CHE DA TRE ANNI SI OCCUPA DI ORGANIZZARE I CORSI PER CHI HA CANI E GATTI A CUI QUALCUNO DI VOI HA SICURAMENTE PARTECIPATO, E ALL’ARCHITETTA LUCREZIA D’ONOFRIO CHE IL PONTE LO HA PROGETTATO E VISTO CRESCERE IN CANTIERE DI VENIRE QUI ACCANTO A ME PER RACCOGLIERE L’APPLAUSO E IL RINGRAZIAMENTO NON SOLO MIO MA, NE SONO CERTO, ANCHE DI TUTTI VOI.
VE LO MERITATE, ANCHE PIU’ DI ME.