25 APRILE 2026: RESISTERE E’ IL NOSTRO IMPEGNO PER ONORARE LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

Buon ottantunesima Festa della Liberazione a tutte e a tutti voi e grazie di essere qui!

Ottanta anni “più uno” dal 25 aprile 1945, perché – guardandoci indietro come è giusto fare ogni volta che pensiamo a ciò che è stato, per imparare a far meglio per i giorni che verranno – il 25 aprile del 1946 fu già un giorno di anniversario e di cerimonia, e al tempo stesso un giorno proiettato nel futuro. 

Ottanta anni fa, proprio oggi, nelle piazze di tutta Italia le nostre nonne e i nostri nonni celebravano accanto alla Liberazione l’ormai prossima vittoria della Repubblica, la nascita dell’Assemblea Costituente, e, soprattutto, la conquista del voto alle donne. 

Il 25 aprile del 1946 venivano posati i mattoni della ricostruzione di un paese finalmente diverso.

Non più un’Italia fascista e neppure un’Italia “pre-fascista”: nasce l’idea, fatta propria e mirabilmente espressa dall’articolo 1 della nostra Costituzione, di una repubblica democratica fondata sul lavoro e che, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Possiamo ben dire che il 1946 fu un anno cruciale: le italiane e gli italiani conobbero e fecero propria la voglia e la responsabilità di partecipare in prima persona alla ri-costruzione del Paese. 

Un sentimento maturato in venti anni di dittatura, accelerato dall’esperienza della Resistenza, dal coraggio dei partigiani sulle montagne e degli operai nelle città. 

Due mondi e due “coscienze sociali” tenute insieme anche dal movimento femminile, che fece da cerniera e da tramite, contribuendo in maniera attiva e insostituibile alla Liberazione, avviando al contempo un percorso di emancipazione e affermazione. 

Nel giugno 1944, durante l’occupazione nazifascista, operai e industriali tessili del biellese raggiungono un accordo contrattuale per la parità salariale tra uomini e donne. 

È una nuova organizzazione del lavoro, a cui si arriva anche attraverso episodi di protesta operaia, a maggioranza donne, perché gli uomini erano al fronte. Si rompono gli schemi tra “capitale” e “lavoro”, imposti da venti anni di fascismo.

Negli anni dal 1943 al 1945 furono più di trentacinquemila le donne che parteciparono alle azioni di guerriglia, ma considerando le staffette partigiane in realtà furono almeno il doppio: portavano cibo, armi, riviste, materiali di propaganda. Rischiavano la vita, come e più dei loro compagni maschi. 

Quattromilacinquecento vennero arrestate, quasi tutte torturate. Tremila vennero deportate nei campi di prigionia e di sterminio in Germania. Seicento di loro vennero uccise, da un plotone di esecuzione o durante i combattimenti. Soltanto una trentina fu decorata con una medaglia al valore militare. 

La storica Michela Ponzani l’ha definita “guerra privata”. «Ragazze giovani, nate e cresciute dentro il regime, che si ribellano per farla finita con le gerarchie e con una cultura di guerra che da sempre le condanna a essere preda e bottino degli eserciti». 

Tra le partigiane deportate ci fu Anna Cherchi, giovane staffetta che guidava i partigiani tra i boschi piemontesi. Il 19 marzo 1944, durante un rastrellamento, si fa catturare dai nazifascisti per consentire al resto del gruppo partigiano di mettersi in salvo. Condotta a Torino, è interrogata e torturata per un mese ogni giorno in via Asti e all’albergo Nazionale, quindi imprigionata alle Carceri Nuove.Nemmeno le scariche elettriche la inducono a parlare: il 27 giugno del 1944 viene deportata a Ravensbruck su un carro bestiame. 

Non venne catturata, invece, Ada Prospero, la vedova di Piero Gobetti, intellettuale antifascista torinese di cui quest’anno si celebrano i cento anni dalla morte. 

Ada dal 1943 fece la staffetta tra la Val Susa e la Val Germanasca, coordinando le azioni tra diverse formazioni partigiane. 

Un anno prima era stata tra i fondatori del Partito d’Azione.

Dopo il 25 Aprile 1945 fu la prima donna a ricoprire l’incarico di vicesindaco di Torino. Per il suo contributo alla Resistenza venne insignita della medaglia d’argento al valore militare. 

Nonostante l’esempio di Anna e di Ada ci vollero comunque vent’anni perché il sacrificio di tante donne venisse riconosciuto. 

Occorreva cancellare un retaggio culturale che il Fascismo aveva amplificato e istituzionalizzato. 

Lo riassume bene una scritta di ottant’anni fa su un muro a Viguzzolo nell’alessandrino, ancora visibile, seppur parzialmente scolorita: “Tra tutte le opere che possiamo donare alla Patria la prima e la più necessaria è quella della figliolanza“. 

A questo servivano, per il Fascismo, le donne: a fare figli per la patria, ad accudire i figli per la patria, a piangere i figli morti per la patria. 

Così scrivevano i cortigiani del regime su “Critica Fascista”: «Ci ridarà, il fascismo femminile, la donna che ci abbisogna: custode della casa e degli affetti, incitatrice alle nobili opere, coniatrice nel dolore, madre dei nostri figli». 

Insomma, la Patria si poteva benissimo servire anche spazzando la propria casa o da schiava nelle case chiuse. Una schiava obbligata ad avere la tessera del Partito Nazionale Fascista e a superare “esami di abilitazione” per l’esercizio della professione. Ma non solo: “dopo l’abilitazione – si legge ancora nelle cronache del tempo – c’era un severissimo tirocinio con tanto di apprendistato quasi gratuito in un locale di meretricio di Stato abilitato, in cui si mettevano alla prova le aspiranti al ruolo”.  

Un’altra pagina vergognosa del regime che durò, dobbiamo però ammetterlo, sino al 20 febbraio 1958 – ben tredici anni dopo il 1945. 

Fu solo grazie alla coraggiosa battaglia politica della senatrice socialista Lina Merlin, già confinata politica in Sardegna e poi partigiana, che si chiuse anche questa triste pagina della nostra storia.

A spezzare quella visione – seppur con i limiti e le contraddizioni del tempo – arrivò la Resistenza, che permise anche alle donne di realizzare un’aspirazione alla libertà. Da civili e da combattenti. 

Perché, forse per la prima volta – pur con tanti ostacoli anche all’interno degli ambienti partigiani – fu loro permesso di portare armi. E di usarle, equiparandosi così ai combattenti uomini. 

Come fece Lucia Ottombrini, figura centrale della resistenza romana, che dall’8 settembre 1943 partecipò a diverse azioni contro i nazifascisti. Nella primavera del 1944 da capitano diresse una divisione di partigiani a difesa di una centrale idroelettrica. Nel 1956 fu insignita della medaglia d’argento al valor militare. 

Si racconta che l’allora ministro della difesa, il democristiano Paolo Emilio Taviani, tra i capi del movimento partigiano in Liguria e Medaglia d’oro per la Resistenza, mentre le consegnava la medaglia le domandò: “Lei è la vedova del decorato?” 

Trent’anni dopo quella “Critica fascista” stampata nel Ventennio era ancora difficile accettare che una donna si distinguesse per meriti propri.

Il 25 aprile, da ottant’anni più uno, segna l’inizio di una storia nuova, fatta di libertà, democrazia e solidarietà. “La Resistenza – scrive Italo Calvino – è stata una vera alba, un momento in cui la vita ha preso una nuova direzione, un senso di responsabilità, una scelta di campo“.

C’è un solo modo per onorare i sacrifici, le paure, il coraggio, la voglia di giustizia che hanno animato le azioni di Anna, di Ada, di Lucia, delle tante Ruby – protagonista del bel libro “La ragazza che divenne staffetta” della nostra giovane concittadina Elisa Demeo – e di tutte donne che hanno sfidato e continuano a sfidare i regimi e le dittature: RESISTERE.

Resistere da chi fugge dalla complessità;

da chi non riconosce il resto dell’umanità come parte di sé;

da chi pensa di poter piegare i diritti universali alle esigenze della propria parte;

da chi non si indigna per le ingiustizie e i fascismi in giro per il mondo;

da chi non lotta per affermare i diritti di chi diritti non ne ha;

da chi cerca di mettere sullo stesso piano chi ha combattuto per la libertà e chi combatteva al fianco degli occupanti.

Resistere, più di ieri e meno di domani.

Sabato scorso abbiamo aspettato il 25 aprile nello Spazio de Ruggiero. Ad accogliere i partecipanti c’era un volantino preparato dall’Associazione IN(T)ESSERE, che spiegava il senso dell’iniziativa. Una frase, la prima, mi ha colpito e con questa voglio concludere il mio intervento: “Il 25 aprile non è solo una data da commemorare: è un modo di stare al mondo.”

Ed è così che vogliamo intendere la Libertà che celebriamo oggi: non un’eredità immobile, non un oggetto prezioso da custodire sotto una teca di vetro, ma un organismo vivo, che respira attraverso le nostre scelte quotidiane, attraverso il nostro coraggio di non restare indifferenti di fronte alle ingiustizie. 

Viva il 25 aprile! Viva la lotta partigiana! Viva l’Italia antifascista!