LA REPUBBLICA DELLE MADRI COSTITUENTI

Benvenute a tutte e a tutti e buona festa della Repubblica! 

Oggi festeggiamo gli ottant’anni da quando il 2 giugno del 1946 gli italiani decisero che era finito il tempo della Monarchia, che anche l’ultimo filo che ancora teneva legato il nostro Paese con il regime fascista andava reciso. Che chi si era reso complice dell’ascesa al potere di Mussolini, del clima di terrore in cui fece vivere il Paese nel ventennio, delle leggi razziali e dell’entrata in guerra al fianco dei nazisti, non poteva più rappresentare il nostro Paese.

Benvenute in particolare ad Amalia Neirotti, a Pierangela Baldizzone e a Luigia Bombana che hanno accolto il mio invito ad essere qui oggi. Anche loro, a Rivalta, rappresentano il segno di un cambiamento – benché assai tardivo – della politica della nostra città.

Eh sì, perché ottant’anni fa, per la prima volta alle donne fu concesso il diritto di votare e di essere votate.

Proverò a raccontare quella stagione attraverso le parole e le azioni delle Madri Costituenti, ma per prima cosa voglio ringraziare e ricordare le prime donne che sono entrate nel nostro Consiglio comunale, Pierangela Baldizzone e Luigia Bombana elette nel 1975 nelle file del Partito Comunista e Amalia Neirotti, prima e unica donna sindaca di Rivalta, eletta nel 2002.

Avete capito bene per trent’anni – dal 1946 al 1975 – il Consiglio comunale di Rivalta era composto di soli uomini e si è dovuto attendere il 2002 – 56 anni, oltre mezzo secolo dopo il 1946 – per avere una donna Prima cittadina.

Un ritardo a dir poco imbarazzante e che da solo ci fa capire quanta strada, ancora oggi, noi – e con noi la nostra Repubblica – dobbiamo percorrere.

Grazie per essere qui a festeggiare questo doppio appuntamento.

Ma riavvolgiamo il filo del discorso e torniamo al 1946. Anzi, partiamo dal 1945.

“Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese.

Queste le parole che Angela Cingolano Guidi pronuncia lunedì 1 ottobre 1945 nella Plenaria della Consulta Nazionale, il primo organismo democratico, seppur non elettivo, costituito subito dopo la Liberazione con il compito di supportare il governo provvisorio e condurre l’Italia verso la transizione alla democrazia.

Abbiamo dovuto aspettare la fine della Seconda Guerra Mondiale, la lotta partigiana, la liberazione del nostro paese dall’occupazione nazifascista perché la voce di una donna risuanasse all’interno di un’assemblea rappresentativa.

Avvenne con le prime amministrative postbelliche che arrivavano dopo oltre vent’anni di amministrazione dei comuni da parte dei podestà nominati dal governo fascista. In 8 turni tra la primavera e l’autunno del 1946 vennero elette appena 13 sindache, una percentuale inferiore allo 0,2% del totale dei 7.105 eletti.

Indigna ma non stupisce questo dato, abbiamo visto quanto abbiamo dovuto aspettare a Rivalta. 

Ma torniamo al 1946. Se da un lato il fascismo per un ventennio aveva definito il ruolo della donna come dedita esclusivamente al focolare domestico, ne ho parlato il 25 aprile appena passato, anche il provvedimento del governo provvisorio del 1946 non fu salutato da tutti allo stesso modo. “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto delle donne”. Così titolava in quei giorni “Il Resto del Carlino”.

Ma l’appuntamento con la Storia avvenne il 2 giugno 1946 con il Referendum – si doveva scegliere tra Monarchia e Repubblica – e con l’elezione dei rappresentanti all’Assemblea Costituente.

Quel referendum cambiò il corso di questo Paese, ponendosi in netta continuità con la lotta partigiana, con la voglia di libertà che donne e uomini avevano tenuto repressa per oltre vent’anni, con la volontà di chiudere con la dittatura, la guerra, la fame. Il punto di arrivo di una battaglia morale prima ancora che politica – sosteneva Palmiro Togliatti – il momento in cui il sacrificio delle vittime della guerra civile trovava finalmente un riconoscimento.

Come disse Pietro Calamandrei, giurista antifascista e resistente tra i fondatori del Partito d’Azione: “gli italiani votarono portando nella scheda non un’opinione giuridica, ma un’intera esperienza di vita.

Il risultato del Referendum fu chiaro, anche se mostrò un Paese spaccato geograficamente a metà: 12.718.641 elettori , pari al 54,27%, si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502, pari al 45,73%, votarono per la Monarchia. La Repubblica si affermò da Roma in sù, la Monarchia prevalse nel Meridione.

A Rivalta votarono 1.234 persone, il 95,5% di chi aveva diritto. Il 2 giugno del 1946 disserò “sì” alla repubblica in 648, il 57,9%; per la monarchia i voti furono 471, il 42%. 

In Italia le donne che si recarono alle urne furono più degli uomini. Sentivano una responsabilità e un senso del dovere che non avevano mai provato. 

Ce le restituisce in tutta la sua bellezza Teresa Vergalli, nome di battaglia Annuska, una partigiana che non aveva mai tremato nei chilometri in bicicletta sulle montagne di Reggio Emilia e che aveva sparato a sangue freddo contro fascisti e nazisti. Così descrive il suo 2 giugno: “Avevo il cuore in gola, paura di sbagliare, di stropicciare la scheda, di rovinare la piega nel gesto di chiuderla”. 

2 giugno 1946 – 2 giugno 2026.

Ottant’anni fa, oltre alla scelta tra la Corona e la Repubblica, gli elettori, e per la prima volta le elettrici, scelsero anche i 556 deputati che dovevano riscrivere la Carta Costituzionale e dare un nuovo assetto alle nostre istituzioni. Anche qui, come per le prime sindache donne, i numeri delle elette furono impietosi: solo 21 deputate, il 3,7%.

Molte avevano vissuto la clandestinità durante il regime e partecipato alla Resistenza, avevano subito la persecuzione poliziesca fascista e le peregrinazioni nell’esilio tra Francia, Spagna, Unione Sovietica; avevano conosciuto il carcere, il confino, la tortura e persino il lager.

Nonostante solo 5 donne su 75 componenti parteciparono alla Commissione incaricata di redigere il testo base della Costituzione, il loro ruolo fu prezioso per spingere in avanti l’asticella dei diritti, per affermare una soggettività non più sottomessa, per consentire negli anni successivi il raggiungimento di – seppur tardivi – traguardi di libertà e autodeterminazione, per affermare un’uguaglianza che durante i venti anni del regime era stata dichiarata immorale, innaturale e pericolosa.

Ricordiamo i loro nomi, facciamoli uscire dall’oblio in cui le ha relegate, quasi tutte, la storia contemporanea: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio, Bianca Bianchi e Lina Merlin, Ottavia Penna.

Lo sforzo delle Madri Costituenti per affermare i valori di libertà e uguaglianza all’interno della Carta fu arduo e difficile. Si scontrò non solo contro una società maschilista e patriarcale, ma contro gli stessi pregiudizi e stereotipi che erano entrati all’interno delle aule parlamentari.

Ce lo racconta molto bene Serena Dandini nel suo ultimo libro “Paura non abbiamo”, a cui devo molto di questo mio intervento. 

Se i giornali apostrofavano la deputata Teresa Noce “befana antifascista” o “Miss Racchia” e i discorsi di Lina Merlin come “isterismi pudibondi di vecchie dall’irrequita menopausa”, nelle aule ovattate del Parlamento un deputato della Repubblica – il qualunquista Cesario Rodi – affermava che: “la donna italiana è, come sapete, l’angelo e la regina della casa… Non può essere considerata moralmente e giuridicamente eguale all’uomo, data la funzione che la natura e Dio alla donna hanno dato”.

Dobbiamo essere onesti con noi stessi e non relegare queste affermazioni esclusivamente agli esponenti del partito dell’Uomo Qualunque, ampiamente minoritari in quella Assemblea. Il senso di quelle parole era, ahimè, condiviso dalla stragrande maggioranza dei Deputati della Costituente e dei Parlamentari che si susseguirono negli anni e chissà, forse anche in qualche onorevole o prossimo onorevole del nostro tempo.

L’obiettivo delle nostre Madri Costituenti era ricucire le ferite e gli strappi di una dittatura che aveva confinato il genere femminile in un angolo della storia.

Cito solo alcuni articoli, che oggi consideriamo acquisiti e non in discussione, su cui la battaglia delle donne – per inserire alcune parole – fu precursore delle conquiste successive. 

L’articolo 3, uno dei più belli, recita così al primo comma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso,…” 

Al comma 2: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, ….” 

L’articolo 29 sancisce “l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”

L’art. 51 dichiara che “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, …”

Avevano chiaro che gli articoli della Costituzione non bastavano a rendere il Paese e le donne libere ed emancipate da una cultura e da una società ancora profondamente patriarcale. 

La sfida successiva, inevitabile e necessaria, sarebbe stata la cancellazione dell’impianto giuridico complessivo dell’Italia, sostenuto e approvato anche negli anni del fascismo, che di fatto contrastava con gli ideali di una Costituzione che voleva ripartire dalle macerie del Paese per costruirne uno migliore. 

Ci vollero decenni per scardinare alcune delle leggi che di fatto impedivano il pieno riconoscimento della parità tra gli uomini e le donne, ma senza la testardaggine e la tenacia delle Madri Costituenti il percorso sarebbe stato ancora più accidentato e lungo. 

Solo nel 1963 fu consentito alle donne di accedere ai concorsi in Magistratura – oggi sono più le donne che gli uomini magistrati; sempre in quell’anno fu abolito l’odioso ius corrigendi, una norma sopravvissuta dal 1700, grazie alla quale il marito, in quanto capofamiglia, aveva il privilegio di educare la moglie e i figli con la violenza – schiaffi, pugni, bastonate senza essere punito dalla legge -; ancora dopo, nel 1969 venne abolito il reato di adulterio che prevedeva per la moglie e l’amante la pena fino a due anni di carcere mentre per l’uomo il tradimento era considerato una faccenda naturale se non addirittura necessaria e quindi non punibile. Nel 1970 arrivò la legge sul divorzio che dovette passare anche sotto le forche caudine del referendum del 1974. E poi ancora il diritto all’aborto nel 1978 e l’abolizione del delitto d’onore nel 1981.

Tutte queste norme e anche le altre che seguirono negli anni successivi sono figlie di quelle poche ma significative parole introdotte dalle Madri Costituenti negli articoli della Costituzione.

Mi vengono in mente le parole di Tina Anselmi, prima donna ministra nel 1976 e protagonista di alcune delle leggi e riforme fondamentali per la civiltà di questo Paese, che considerava la democrazia “un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati”. Sono certo che pensava alle ventuno Madri Costituenti che quel terreno avevano cominciato a prepararlo e ad ararlo a partire dal 2 giugno 1946.

Il percorso verso un pieno riconoscimento del ruolo delle donne in politica è ancora lungo. Me lo ricordano sempre le mie assessore quanto la nostra società – per come è costruita – antepone una serie di barriere che limitano la presenza delle donne in politica. Per loro, che ancora sopportano il peso maggiore della quotidianità familiare, si tratta di una vera e propria corsa ad ostacoli. 

Sta a noi, anche nel piccolo di un comune di 20mila abitanti, costruire le condizioni affinché alle donne sia concesso il tempo per occuparsi di politica, siano concessi servizi che li aiutino nel  lavoro di cura, familiare e domestico, che continua a pesare più sulle donne che sugli uomini, avvenga insomma quella rivoluzione culturale che le Madri Costituenti avevano sognato quando nella Costituzione hanno imposto quei principi di parità tra uomo e donna ancora disattesi.

Per questo ho chiesto a Pierangela, Luigia e Amalia di essere qui con noi, per riconoscere il loro contribuito a rompere quel soffitto di cristallo che, lo sappiamo, non appartiene solo ai Palazzi Romani. 

Viva la Costituzione, Viva le Madri Costituenti, viva la Repubblica Italiana!